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Eyjafjordur, Iceland
Iceland Iceland

godafoss and snaefellsnes

 
 
 
 

"Se esiste un inferno in terra,
questo si trova nel cuore
di un uomo malinconico
"

Richard Burton
   
August 2010

Snaefellsnes, il vero senso della solitudine

soundtrack: Drive, The Paradise Motel - 1999
 

Chapter

I viaggi itineranti hanno numerosi pregi, ma purtroppo il disfare la valigia ad ogni tappa è alla lunga fastidioso. Carichiamo armi e bagagli e di nuovo in marcia. Noto come l’interno della nostra vettura stia lentamente diventando un habitat ideale per muschi e altri microrganismi. Il sali e scendi con scarponi da trekking non sempre privi di un palmo di terra non può che portare a questo risultato. Primo stop di questa giornata contraddistinta da sole e vento polare è la cascata di Godafoss. In pochi minuti di camminata dalla ring road raggiungiamo l’ingresso del facile trail; l’importante è capire che versante della cascata scegliere per poterla poi ammirare. La ‘cascata degli Dei’ non ha la portata o la drammaticità degli altri salti d’acqua già visti in questo viaggio; ma a modo suo offre un colpo d’occhio incantevole, ricordandomi in piccolo Niagara per la sua forma a ferro di cavallo. Entrambe le sponde offrono viste meravigliose sulla cascata e meritano senza ombra di dubbio le relative passeggiate. Il tragitto fino alla nostra prossima meta è breve e inoltre la ring road in questa porzione di Islanda è tenuta in modo impeccabile. Ecco infatti aprirsi davanti a noi il suggestivo e imponente Eyjafjordur, con sulla nostra sinistra la graziosa cittadina di Akureyri. Il nostro albergo, sempre che così potrò chiamarlo dato che di foto al momento della prenotazione online non ne ho viste, è adagiato sul bordo orientale del fiordo. Risaliamo quindi la strada che costeggia il credo freddissimo Mare del Nord, godendo di scorci degni di un dipinto. Raggiungiamo la nostra fattoria, lungo la strada e immersa totalmente nel verde. Un grande viale orlato di piante ci conduce al complesso centrale; intorno a noi piccole strutture che immagino ospitino le camere, mentre sullo sfondo l’attività della fattoria continua nella sua tranquilla quotidianità. Il silenzio è quasi mistico, intervallato di rado dal rumore di qualche vettura che impavida si spinge ancora più a nord. Il tempo di acclimatarci e di ricevere le consuete informazioni su orari di colazione ed eventuali cene, che siamo nuovamente in marcia, questa volta verso Akureyri. Un ponte basso taglia la baia del fiordo, congiungendo le due sponde. Riesco ovviamente a perdermi in mezzo alle vie del porto, rischiando per un momento di essere imbarcato su di un peschereccio.

Il tempo oggi a nostra disposizione è tanto, decidiamo così di avventurarci lungo la sponda occidentale un po’ come due aghi di una bussola attratti dal nord polare. Il tragitto si rivela unico, con paesaggi e realtà degni di essere approfonditi. Piccole e sperdute abitazioni che si stagliano nel verde delle montagne, o piccole cascate che sembrano cadere direttamente dal cielo. Ci fermiamo nel piccolo paese di Dalvik, cercando di identificare una tavola calda dove assaggiare, giusto per cambiare, la ‘zuppa del giorno’. Dopo pochi minuti, e altrettante svolte intorno alla chiesa del paese, realizzo che di ristoranti nemmeno l’ombra o quantomeno sono talmente ben nascosti che solo io non li trovo, alla faccia dell’anima del commercio. Un piccolo stabile dal design avveniristico, un mix di vetro e legno, mi stuzzica la curiosità. Il tempo di fermarci e ci accorgiamo che abbiamo trovato un bar; niente zuppa, ma tè bollente e due ipercaloriche fette di torta alle carote. Ci avventiamo sulla merenda con la fame di due naufraghi; mentre assaggio compiaciuto la mia torta, mi accorgo di quanti occhi ci stiano osservando. Ci troviamo dentro il bar della scuola del paese, credo che di turisti non ne vedano con molta frequenza. Mi rendo conto che siamo un po’ fuori rotta rispetto ai tour classici, il che rende la mia torta ancora più appetitosa di quello che già è. Pausa rilassante dietro le grandi vetrate e via di nuovo in marcia verso nord. Pochi km di strada ed ecco Olafsfjordur, un piccolo paese di pescatori che sembra sospeso nel tempo; le poche case hanno tutte colori accesi, nascondendosi dietro ai capannoni delle barche in riparazione. E’ un mondo così lontano, ma forse è la sua fortuna. Lungo la solitaria strada che ci deve riportare verso Akureyri ci fermiamo più volte per assaporare particolari rimasti celati all’andata; curiose le gallerie a senso unico, dove per passare occorre fermarsi in piazzole di sosta interne alla montagna. Situazioni claustrofobiche. La breve serata ad Akureyri si risolve in una romantica cena all’ultimo piano di un palazzo, con le pareti costituite solamente da vetrate che esaltano il sole sempre presente anche a tarda serata. Nuovo giorno e nuove mete da scoprire mi verrebbe da dire, peccato che oggi sarà esclusivamente una tratta di trasferimento con direzione la penisola di Snaefellsnes. La strada è a scorrimento veloce, nel senso che oltre a noi non c’è nessuno. Attraversiamo profonde vallate, ponti che vedono il livello del fiume lambire minaccioso gli argini, piccole comunità costituite da qualche fattoria e tante pecore o cavalli. E’ un Islanda una volta ancora diversa da quella esplorata fino ad ora; il paesaggio è ora più morbido, quasi a lasciarci riavvicinare a casa dopo averci messo alla prova per tutta la prima parte del viaggio. All’altezza del bivio di Varmahlid, dirigiamo verso nord sulla strada 75 alla ricerca della fattoria di Glaumbaer. Senza troppe difficoltà, anche perché la strada è unica, raggiungiamo questo angolo di solitudine sperduto del nord dell’Islanda. La caratteristica del complesso di edifici, tutti rigorosamente con il tetto in torba, è che risale alla metà del 1800; un esempio di come vivessero le comunità rurali di questo giovanissimo popolo. La passeggiata non cambia il viaggio, ma tutta l’area circostante è costellata di luoghi importante per le tradizioni vichinghe o riportate nelle saghe islandesi. Quindi un po’ di silenzio e di rispetto mi sembra il minimo verso questo popolo, che ricordo scoprì le sponde dell’attuale nord America con qualche secolo di vantaggio su Colombo.

Riprendiamo mestamente la via della ring road, non siamo neppure a metà della strada che ci aspetta. Il panorama fuori sta mutando radicalmente; ampie vallate solcate da qualche corso d’acqua, piccoli insediamenti agricoli e l’immancabile chiesetta in legno dal tetto rosso. Sembra quasi di esserci rimpiccioliti e di viaggiare in un grande presepe natalizio, un antistress miracoloso. Il sole oggi ci accompagna e guida visto che proviamo a seguirlo in direzione ovest; curiosamente mi accorgo dello strano gioco di riverbero che effettua a questa latitudine, disegnando dei grandi cerchi di luce sopra di noi, mai visto nulla di simile. Sarà un’impressione o forse mera suggestione, ma più ci si avvicina al polo e più sembra di allontanarsi dal pianeta Terra. Finalmente raggiungiamo il bivio dove la ring road si divide, lasciandoci imboccare una piccola strada di ghiaia e ciottoli. Mi auguro che la nostra piccola e impavida Yaris non ci abbandoni proprio adesso, ma se penso a tutte le strade che ha già percorso mi faccio coraggio. Un’ora di buche, ma anche di paesaggi immacolati, liberi dal cemento e con grandi mandrie di cavalli che ci osservano da ogni collina; a volte la strada apparentemente più impervia regala emozioni difficili da vivere sulle vie convenzionali, devo ricordarmelo più spesso. Stiamo entrando nella penisola di Snaefellsnes, un grande istmo fatto di vulcani, scogliere e vallate a ovest del fiordo di Borgafjordur. Un’area naturalistica di notevole bellezza, poco frequentata dai turisti ormai lanciati sulla ring road verso Reykjavik. Avrei desiderato spingermi fino alle grandi dita del nord, nel fiordo di Isafjordhur, ma molte strade lassù non sono affrontabili con una semplice utilitaria, diciamo che ci accontentiamo di quello che stiamo vedendo; per quest’anno. Poche miglia e incontriamo una serie di cartelli, quasi insistenti nel ricordarci che per la capitale occorre girare adesso; ultimo bivio per il mondo civilizzato? Non mi par vero, timone a dritta verso Snaefellsjokull. Nel giro di pochi minuti di marcia il paesaggio sembra cambiar pelle per l’ennesima volta, ma ancora poco e giungiamo a destinazione, la piccola cittadina di Stykkisholmur è davanti a noi. Il nostro hotel è proprio sul porto, un grande palazzo che stona un po’ con il resto del paese dalle pareti color pastello. Il tempo è ottimo, fortunati visto che la penisola ha una variabilità maggiore della stessa Islanda, il che è tutto dire. Il paese si gira a piedi in un paio di minuti, in un’ora si rischia di prendere la cittadinanza ad honorem. Una piccola passeggiata sulle colline del molo, giusto per raggiungere il piccolo faro, ci lascia ammirare tutta la baia sul Breidafjordur. Una costellazione di piccole isole disseminate ovunque nel blu cobalto del mare. Lo sguardo e i pensieri vengono rapiti dall’orizzonte limpido come non mai. La sera galoppa e così decidiamo di trovare un ristorante; la scelta non è mai ampia, ma una mansarda tutta illuminata ci incuriosisce. Scoviamo un posticino elegante, con un’ottima scelta di pesce e ovviamente zuppe. Fino ad ora devo ammettere che la cucina islandese non è male; mai troppo varia, ma comunque con i giusti accorgimenti molto meno peggio di come pensassi. La giornata è stata estenuante, ma ricca di sorprese per essere una tratta di trasferimento; il risultato è che ci addormentiamo appena toccato letto.

La nuova giornata si apre con la solita grande colazione, peccato che il buffet non sia al passo delle mie aspettative. Sbircio come tutte le mattine il cielo, oggi è grigio; ma è un grigio intenso intervallato da macchie di cielo blu scuro, uno sfondo che risalta al meglio il verde delle praterie. Oggi promette bene. Ci sono delle volte che i contro dei viaggi itineranti tornano utili, come il non disfare la valigia la notte prima; pochi minuti e siamo già in viaggio. Dopo già poche miglia mi tuffo su una stretta stradina sterrata, lo spettacolo che mi si prospetta davanti merita qualche minuto di terreno accidentato e tanto silenzio. Una timida strada prova a tagliare in due l’immenso mare di lava di Berserkjahraun, un caleidoscopio di colori rossi e verdi da abbagliare. Scendo e provo ad addentrarmi tra le piccole colline di lava, ma camminare è quasi impossibile; il fitto muschio cela buche che potrebbero regalarmi qualche distorsione non prevista. Il famoso campo dove i bersekers cercarono di fuggire, sullo sfondo il vulcano che minaccioso si affaccia dietro una coltre densa di nubi. Paesaggio fantascientifico, sui livelli del Landmalaugar. Impietrito cerco di rubare il maggior numero di immagini possibili, ma come puoi digitalizzare l’originale? Alla fine della strada la piccola fattoria di Bjarnarhöfn, famosa per produrre una prelibatezza locale, lo squalo putrificato; avevo conosciuto di questa leggenda culinaria sul National Geographic, ma non credevo di trovarlo davvero; uomo di poca fede. Riprendiamo la rotta verso ovest, seguendo alcune curve morbide. Il panorama è coperto da due alte colline, che come per incanto si aprono lasciando intravedere la strada che in discesa taglia il Grundafjordur e l’Hraunsfjordur. Ancora provato dal campo di lava, rallento la vettura perché mi sembra di vedere quei paesaggi che solitamente vengono ricreati nei dipinti fantasy, magari sormontato da più lune. Perché davvero non credevo di vedere tanta potenza e precisione nella natura. I due fiordi sono in successione, mentre le strette sponde creano immensi specchi d’acqua dove le nuvole basse giocano con le morbide e spettrali vette dei vulcani. I colori cambiano al passaggio del sole, come una coreografia perenne. Scavalco un paio di staccionate per cercare d’imprigionare tanta potenza in pochi millimetri di silicio; per poco non rimango folgorato da un recinto elettrificato, ma ormai la ragione è rimasta nella piccola Toyota. Se la creazione della terra avesse avuto un’immagine, credo che si sarebbe avvicinata molto a quello che sto vedendo io. Ogni volta che viaggio, spero sempre di incontrare almeno un momento dove capisco che mi trovo in luogo degno di essere ricordato anche tra cento anni. L’Islanda è questo e sicuramente di più, perché solo il tempo e un degno mezzo di trasporto possono frenare la voglia di diventare tutt’uno con la natura e la sua meravigliosa fantasia architettonica. Fino a Kirkjufell è tutto un susseguirsi di accelerate e frenate, con conseguente ricerca di una piazzola dove potermi fermare per tratteggiare le geometrie della natura.

Per fortuna siamo partiti presto quest’oggi, perché ho quasi esaurito tutto il tempo a disposizione del mattino, ma com’è stato denso quasi che in ogni secondo le immagini si fossero condensate. La strada è perfetta mentre il traffico è un sostantivo non molto usato in questa penisola protesa verso le americhe. Passiamo Hellissandur, che come nome mi ricorda uno dei tanti luoghi visitati dagli Hobbit, per poi addentrarci nell’ennesimo fuori pista. La strada, forse è meglio chiamarla sentiero, è un campo minato costellato di rocce dalle punte vive che sembrano essere attratte solo dai nostri pneumatici. Intanto fuori una pioggia battente si alterna a raggi di sole che sembrano sbucare dall’ignoto. Il primo stop è la spiaggia di Dritvik, una piccola caletta costituita da soffice sabbia color oro, una vera rarità in una terra dura come l’ossidiana. Ma il nostro obiettivo finale è il faro di Öndverðarnes; la strada non è lunga, ma la paura di arrecare dei danni alla vettura mi costringono a non concedermi troppe licenze nei confronti del paesaggio circostante. Eccolo, solitario e di un color arancione sgargiante ergersi in mezzo alla scogliera di roccia nera come la notte. Il mare sotto di noi è talmente potente che il suo boato s’insinua nelle intercapedini della roccia e avvolge tutta la penisola nel frastuono. Mi siedo su una colonna che credo di tempeste ne abbia viste da millenni; la solitudine è la sensazione che trasuda da ogni centimetro di Öndverðarnes. Ci sono pochi luoghi dove puoi sentire i pensieri parlare, i sogni riprendere colore, emozioni troppe volte nascoste dal ritmo imposto da questa società votata al suicidio. La pioggia, polverizzata dal vento polare fortissimo, mi bagna il volto; sono ancora maledettamente vivo. Giro la testa per vedere se l’onnipresente vulcano degli spettri, lo Snaefellsnesjokull, si fosse degnato di uscire dal suo fitto manto di nebbia; ma oggi sembra che si voglia far desiderare. Rientriamo sulla strada maestra, asfaltata per la gioia delle sospensioni della nostra piccola eroina a quattro ruote. Costeggiamo il versante ovest della penisola tra insolite e curiose formazioni rocciose, spiagge nere come la pece e un’altra, Djupalonssandur, ricoperta da sassi scuri tutti perfettamente levigati. Il grande faro di Malarrif, più somigliante ad un missile che ad un edificio, segna la fine del versante ovest della grande penisola; ogni singola stradina che in modo sommesso puntava verso il vulcano meritava di essere esplorata, ma davvero sarebbe servito un mese di viaggio. Preferisco proseguire con la consapevolezza di aver conosciuto la bellezza di un Paese e di essere conscio che altrettanto si possa fare in un secondo viaggio; adoro lasciare la porta sempre aperta. All’altezza del piccolo centro di Hellnar la nebbia come per magia sembra dileguarsi lasciando che i raggi del sole colpiscano il terreno esaltando i prati verdissimi. Al tempo stesso il vulcano comincia a mostrare tutta la sua imponenza, con la vetta che buca una fitta coltre di nuvole e punta dritta al cielo; grandioso. Devio senza meta puntando il mare quando un’immagine che sembra uscita da un libro fotografico mi rapisce; una piccola chiesetta, solitaria, si staglia sulla scogliera. Solo un modesto cancello in legno ci separa, che nel frattempo cigola e sbatte per il forte vento. L’Islanda è fatta di piccoli flash, ma con una carica emotiva tale che tali scene sembrano quasi create ad arte al nostro passaggio. Pochi km più a est c’imbattiamo nelle scogliere di Arnarstapi, mentre il blu del cielo ha preso faticosamente il sopravvento sul grigiore del mattino. Immensi muri di basalto si ergono a barriera dell’isola tra i flutti di un mare perennemente in tempesta; grandi formazioni rocciose fatte di pinnacoli e sontuosi archi si ergono dalle acque come a simboleggiare l’equilibrio perenne tra terra e mare. Il vento è spaventosamente forte e al tempo stesso imprevedibile; provo a puntellarmi per avere un taglio ottimale della baia, ma per poco non faccio un tuffo nel Mare del Nord. Ora capisco perché le saghe islandesi abbiano spesso come ubicazione questo angolo di pianeta, dove le rocce sembrano irradiare una non so quale forma di magica energia; probabilmente la sua fama di località new age non è casuale. Una strana scultura di Bardur si erge sulla scogliera; Bardur, guardiano del vulcano e capace di comunicare con altri mondi, tanta leggenda, ma anche tanta spiritualità.

La sera ha fatto capolino da un po’, ma il sole illumina ancora tutto anche se rispetto a inizio viaggio le notti si sono allungate notevolmente. Non ci resta che raggiungere la nostra dimora per la notte, che secondo le previsioni dovrebbe essere un luogo da favola. E infatti le nostre aspettative non sono vane. Adagiato sulla spiaggia, a pochi km dalle scogliere di Arnarstapi, un’elegante maniero si nasconde tra le dune di sabbia. Solitario come piace a me, immerso in un parco costiero e con davanti a noi gli alti pendii della penisola da dove cadono alcune cascate. Il tempo di accreditarci in albergo e prenotare la cena nella suggestiva sala da pranzo che proviamo ad esplorare l’area. Una breve camminata tra le basse anse del fiume che circonda l’hotel Budir fino alle dune di sabbia; una piccola chiesetta nera con i profili bianchi sembra un miraggio in mezzo a tanta quiete. Un’altra coppia sta passeggiando a distanza e quasi ci dispiace, perché quando si fa amicizia con se stessi risulta poi superfluo la presenza altrui. E’ un luogo fotograficamente perfetto, uno scenario che offre infinite prospettive; qui è il cuore che comanda l’otturatore. Ci accomodiamo ad un tavolo elegantemente confezionato con candele e una vetrata che ci tiene sempre connessi con la natura circostante, il viaggio sta ormai finendo. L’Islanda ha bisogno di tempo prima di svelare i suoi lati meno turistici, terre scure che trasmettono energia, vallate dove i prati illuminano con il loro verde vivo, cascate che sembrano piovere dal cielo, scenari indescrivibili. Mi riguardo alcune foto e mi sembra di essere in Islanda da mesi e non da settimane, ciò che cerco dai viaggi è di perdere la cognizione del tempo.

  giottoGiotto

 

   
   
 
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Godafoss, Iceland
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Godafoss, Iceland
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Ondverdarnes, Iceland
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Budir, Iceland
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Arnarstapi, Iceland
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Bjarnarhofn, Iceland
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Kolgrafafjordur, Iceland
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Hellnar, Iceland
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